I Consigli della Magistratura sotto la lente: dall’autogoverno al controllo dell’Esecutivo. Uno sguardo comparato con il Messico

6 de febrero de 2026 por
Dra. Katherine Muñoz Tufro

L’indipendenza della magistratura non è una conquista permanente; è una condizione che va difesa ogni giorno. In Italia, il dibattito sulla riforma dei Consigli Superiori della Magistratura è tornato al centro con il decreto Tajani e la successiva Legge 74/2025, che – oltre a intervenire sulla cittadinanza – ha riaperto la discussione sul rapporto tra potere politico e potere giudiziario.

Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), previsto dall’articolo 104 della Costituzione, è l’organo di autogoverno dei giudici ordinari. La sua funzione è semplice e decisiva: garantire che nomine, carriere e procedimenti disciplinari avvengano senza interferenze del potere esecutivo. Per decenni è stato il simbolo della separazione dei poteri nella Repubblica. Oggi, con la proposta di creare due Consigli distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e con la possibilità per il Governo di incidere sulle loro nomine, quella garanzia rischia di diventare formale.

L’argomento ufficiale è quello dell’efficienza: “rendere la giustizia più responsabile e più vicina ai cittadini”. Ma dietro la retorica della responsabilità si cela il pericolo del controllo politico. Un magistrato che deve la propria carriera al potere esecutivo non è più indipendente, è gerarchico. E una giustizia gerarchica non serve la Costituzione, serve il Governo.

Il Messico offre, su questo punto, un paragone istruttivo. Anche lì, nel 2023, il Governo ha proposto di riformare il Consejo de la Judicatura Federal, l’equivalente del nostro CSM, con l’obiettivo dichiarato di “democratizzare” la magistratura. La riforma prevedeva la scelta popolare dei giudici e dei membri del Consejo, trasformando un organo tecnico di autogoverno in una struttura politica elettiva. La dottrina messicana – da Fix-Zamudio a Carbonell – ha segnalato subito il rischio: l’indipendenza giudiziaria non nasce dal consenso, ma dalle garanzie. Quando la legittimità democratica si sostituisce all’autonomia tecnica, la giustizia smette di essere potere e diventa funzione.

Italia e Messico si muovono, paradossalmente, in direzioni opposte ma con lo stesso esito. In Messico si propone di politicizzare la magistratura attraverso il voto; in Italia si rischia di politicizzarla attraverso il controllo governativo sulle carriere. In entrambi i casi, l’autogoverno si riduce.

La Costituzione italiana conosce bene questa lezione. L’articolo 104 stabilisce che “il Consiglio Superiore della Magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica” proprio per garantire una figura di equilibrio, non di governo. L’articolo 101, poi, afferma che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Nessuna legge può renderli soggetti al Ministro della Giustizia.

Il Tribunale di Mantova, nella sua ordinanza sulla cittadinanza, ha colto questo punto più di quanto sembri: quando denuncia l’abuso della decretazione d’urgenza e la concentrazione del potere normativo nell’esecutivo, parla anche della stessa logica che oggi investe la magistratura. È la logica della velocità e del controllo: governare prima, discutere poi.

L’esperienza messicana dimostra che una giustizia “più vicina al popolo” può facilmente diventare una giustizia “più vicina al potere”. E quella italiana ricorda che il vero equilibrio democratico non si misura nel numero di Consigli o di decreti, ma nella distanza tra chi giudica e chi governa.

Nel diritto comparato, l’indipendenza giudiziaria è sempre stata una clausola di civiltà. Nessuna riforma, per quanto moderna o efficiente, può sacrificarla senza snaturare la Repubblica. Italia e Messico, due Paesi di tradizione giuridica continentale, affrontano la stessa tentazione: ridurre la giustizia a strumento di amministrazione. Ma la giustizia, in una democrazia, non si amministra: si garantisce.

Dra. Katherine Muñoz Tufro 6 de febrero de 2026
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